Levinas e il "Volto dell' Altro"

Articolo di Arianna Tisba della classe 5B
Nell’ambito della seconda edizione del “Dittico” la conferenza del prof. Labate sul pensiero di uno dei maggiori filosofi del “dialogo”
Anche quest’anno, sulla scia del successo del precedente, il progetto “Dittico per il nuovo millennio” che ha lo scopo di intrecciare saperi e prospettive letterarie e filosofiche per interrogare il presente e i suoi nodi, ha visto un programma molto ricco di tematiche stimolanti e relatori di spicco attorno al tema “Dia-logoi: vivere nella tempesta”. Nell’ambito di tale iniziativa il 16 febbraio 2018, presso la Biblioteca Cardinal Petrucci di Jesi, Sergio Labate, professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata, ha tenuto una conferenza dal titolo: “La filosofia di Emmanuel Lévinas tra prossimità ed estraneità”.

Il relatore, in maniera molto competente ed allo stesso tempo adeguata all’uditorio piuttosto variegato composto di liceali, professori ed utenti esterni, ha saputo illustrare il paradigma fondamentale della filosofia di Lévinas. Lévinas fu un filosofo estremamente innovativo: seppe infatti rompere con la modernità differenziandosi, allo stesso tempo, dai post-moderni. Se infatti i post-moderni hanno tentato di scardinare il rigore del pensiero moderno, come il cogito cartesiano o la ragione hegeliana, ad esempio sostituendo ad un fondamento filosofico solipsistico un principio di relazione e di reciprocità, come l’”io-tu” teorizzato da Martin Buber, la filosofia di Lévinas non rientra in questi termini. Essa non è né del soggetto né della reciprocità: è la filosofia dell’Altro. L’Altro è esperienza del noumeno, resiste all’oggettivazione, ossia alla riduzione a oggetto che “fa qualcosa” di specifico, e alla proiezione, cioè non è ciò che noi “proiettiamo” in esso. È dunque qualcosa di inconoscibile, in un certo senso irraggiungibile, un’estraneità radicale che non ha essenza e che non possiamo in alcun modo possedere. Se cercassimo, infatti, di definirlo, perderebbe il suo carattere essenziale di alterità. Perciò il dialogo che il soggetto instaura con esso non ha le connotazioni di quello “io-tu” di Buber, ma è una relazione in cui l’Altro sfugge sempre e si sottrae alla relazione stessa. Il professore ha poi spiegato le figure di quest’alterità: innanzitutto il volto, il visibile che custodisce l’invisibile; colui al quale non si può fare violenza per tentare di appropriarsene, in quanto l’Altro è per definizione irraggiungibile; colui del quale siamo responsabili, cifra della relazione con l’Altro. Per concludere, Labate ha voluto alludere all’Altro con la significativa espressione “co-soggetto del desiderio”,  sottolineando che quest’entità non può essere oggettivata ed esprimendo un concetto opposto a quello di bisogno. Il termine “desiderio” infatti sottintende una mancanza, o una distanza incolmabile, come quella dall’Altro. Si vuole dunque intendere che i gesti dell’uomo rispondono ad un bisogno biologico, ma che in quanto umani esprimono una preferenza, un desiderio, e che la vita è essa stessa rapporto fra il desiderio ed il suo limite. La vita non è vita, ma è gioia di vita: questo è stato il pensiero finale della conferenza, estremamente coinvolgente, che ha visto in risposta l’attenzione e la riflessione di tutti i presenti.